IMMIGRAZIONE: ACCOGLIENZA E CONTI IN TASCA

IL DOVERE DELL’ACCOGLIENZA, IL DIRITTO AL RAGIONAMENTO, I CONTI IN TASCA.

La questione immigrazione in Europa e nello specifico in Italia è tema scottante e ricco di contrapposizioni generalmente tra due opposte fazioni: quelli del “mandiamoli tutti a casa” e quelli del “siamo tutti fratelli”.
Accoglienza è DOVERE e su questo non possono esserci dubbi, ma un ragionamento altro sulla questione va fatto, deve essere fatto!

Sul Corriere della Sera dell’anno scorso, veniva pubblicato uno studio che fotografava la provenienza dei fratelli più sfortunati sul territorio italiano. Siriani a parte che contano il 50% del totale di arrivi nei nostri porti e che andrebbero salvati e portati in Europa con mezzi militari, invece che farli partire sui barconi, vista la feroce e assurda guerra che li vede vittime. Stando allo studio, per il resto dei migranti che cercano fortuna partendo da altre nazioni un ragionamento diverso lo si può e lo si deve iniziare a fare, conti alla mano.

Afghani, Eritrei, Nigeriani, Somali, Pakistani, Iracheni, Sudanesi, Gambesi e Bangalesi, sono i fratelli che si imbarcano nei viaggi della speranza e che entrano a far parte del circuito dei centri d’accoglienza entrando nel girone dell’inferno che dura due anni, in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, pena: rimpatrio.

Due anni di accoglienza, due anni senza prospettive, due anni nelle mani della burocrazia organizzata, per un costo di 5 miliardi di Euro nel biennio 2015/2016.

Prendiamo adesso come parametro di esempio, il prodotto interno lordo medio pro-capite, dell’Afghanistan, da cui provengono il 13% sul totale di migranti nei nostri centri d’accoglienza. In Afghanistan, un cittadino in media produce 1.885 euro di reddito in un anno, 39 euro e spicci a settimana! Davanti a questi numeri o ai 1.218 euro prodotti in un anno da un eritreo, sommati ai soprusi dei governanti, chi non scapperebbe?

Però, snocciolati i numeri e tirandosi fuori dalle due curve da stadio costituitesi in Italia, invece che accogliere pare più opportuno pensare al famoso “piano Marshall”. Creare nei Paesi di provenienza dei fratelli disperati, poli di sviluppo economico e sociale che favoriscano la nascita di cooperative di lavoro, investimenti infrastrutturali e sociali, visti i chiari ed impetuosi numeri riguardanti l’economia di questi paesi, significherebbe produrre davvero “accoglienza” e opere di carità. In Afghanistan (fotografata pochi istanti addietro), con 2 miliardi di euro di investimento sul territorio, considerate le 160 euro di prodotto medio mensile pro-capite, quanto di grande si potrebbe realizzare? Risulta difficile anche immaginarlo.

Pertanto, se fare la questua ai semafori è da evitare perché è notorio che le monete finiscono nelle mani della criminalità organizzata che gestisce il mercato, forse è il caso di ragionare su quanto si altrettanto discutibile finanziare i centri d’accoglienza, meri parcheggi di anime in balia degli eventi.

L’Italia, torni ad essere Italia e costituisca in autonomia un’azione di supporto verso gli Stati in difficoltà, direttamente sul territorio ed ovviamente traendone i vantaggi del caso.

Giovanni Trovato